Istituzione Culturale ed Educativa Castiglionese

Castiglion Fiorentino

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IL MUSEO RACCONTA ...

 

Premessa

Il Museo  Civico Archeologico Castiglionese si caratterizza per la peculiarità del suo sistema informativo attraverso  il quale  è stato privilegiato  il percorso didattico rispetto a quello di ricerca, senza tuttavia cadere in una semplicistica divulgazione.

Il frequentatore di questa esposizione troverà  sia notizie di medio livello ( corrispondente al grado di scolarizzazione obbligatorio) costituite dalle didascalie ragionate dei singoli reperti e dai pannelli esplicativi, sia ricostruzioni, plastici e piante nonché sequenze multimediali che permettono una migliore lettura e decodifica dei materiali esposti.

Si tratta di un museo in cui è stato superato il concetto del “feticcio”, della cultura materiale fine a se stessa; un museo in cui i  reperti esposti siano di supporto al discorso esplicativo e che pertanto sono stati scelti secondo  una loro valenza informativa per evitare ammassi di oggetti all’insegna di un inutile “horror  vacui”.

Il Museo racconta di Castiglion Fiorentino le origini, attraverso il percorso espositivo che si articola in cinque sale dedicate a varie tematiche inerenti l’antico nucleo abitato e il suo territorio costellato di insediamenti che vanno dall’Età del Ferro all’epoca tardo antica ed oltre: i bronzi degli Etruschi con il deposito di Brolio, il tempio etrusco dell’area del Cassero, l’insediamento antico di Castiglion Fiorentino dalle origini all’incastellamento e l’agro castiglionese, Brolio Melmone insediamento etrusco di produzione e commercio lungo il Clanis.

L’abitato del Melmone, preso ad esempio tra tanti simili del territorio castiglionese, attesta una serie di attività del quotidiano e quindi della vita privata degli antichi abitanti etruschi di quest’area. Attività che vengono presentate nelle vetrine dedicate appunto alla filatura e tessitura, alla pesca e all’uso della scrittura sulla ceramica. La sala che  ospita queste tematiche non è al momento dotata di  postazione multimediale, per cui   è stato ideato e quindi realizzato il presente supporto didattico, in cui si continua ad incrementare ed a far metabolizzare il principio ispiratore dell’esposizione archeologica castiglionese: il museo racconta...

  

LA  SCRITTURA

 

I reperti recuperati nell’agro castiglionese, in particolare nell’area sacra del tempio etrusco del  Cassero ( fine VI - II sec.a.C.) e nell’abitato  di  Brolio Melmone, attestano la frequenza dell’uso della scrittura soprattutto su supporto ceramico  di epoca ellenistica ( IV - I sec.a.C)  a testimonianza  della diffusa alfabetizzazione di questo distretto della Valdichiana aretina.

 

Ad oggi , l’esempio più antico di iscrizione etrusca castiglionese  è rappresentato da un fondo di piattello in bucchero del pieno VI sec.a.C. rinvenuto nell’area sacra del tempio etrusco al Cassero. L’iscrizione, graffita dopo la cottura con punta sottile, è sinistrorsa  ed in scriptio continua. Vi si legge mi Thanukhvilus    che significa  io sono di Thanaquilla.

 

 

E’ facile riconoscere un prenome femminile che termina con il morfema del possessivo ( s) ad indicare la proprietaria del piattello. La formula mi (io sono) è tipica delle iscrizioni etrusche in cui  è l’oggetto che parla. La grafia e quindi la lettura va da destra verso sinistra. Inoltre considerato il luogo del rinvenimento, un’area sacra, l’iscrizione oltre ad essere di possesso è da considerarsi  anche di tipo votivo in cui compare il nome individuale della dedicante.

Guardando attentamente le lettere si nota che molte  di esse sono simili alle nostre. Infatti, gli Etruschi  hanno ripreso l’alfabeto  dai Greci euboici delle colonie di Cuma  e Pithecusa (Ischia) con cui avevano  avuto contatti commerciali durante il tardo-villanoviano. Le prime testimonianze scritte risalgono intorno al 700 a.C. Ovviamente in questa fase più antica la scrittura  è un segno distintivo della classe sociale elevata di tipo aristocratico che fonda la propria ricchezza  sui commerci. Gli Etruschi hanno però adattato l’alfabeto greco alle loro esigenze linguistiche eliminando alcune  lettere come la o, la b, la d e la g e aggiungendone altre  come la ad otto ( 8). La differenza tra  i cosìdetti  alfabeti-modello  e gli alfabeti-pratici è proprio rappresentata  dai primi che  ornano materiali scrittori, come la tavoletta eburnea della Marsiliana d’Albegna (670-650 a.C.) ed i calamai  di Viterbo e di  Cerveteri  (630-600 a.C.), ed i secondi  che si ricavano dall’effettivo uso delle lettere nelle iscrizioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le parole etrusche finora note sono circa ottomila; esse sono ricavate da  oltre 7500 testi  ,tutti epigrafici,eccetto il Liber linteus della mummia di Zagabria, redatti tra il VII sec.a.C. ed il I sec.d.C. e provenienti  dall’Etruria, dalla Campania, Lazio,Umbria, Liguria, Corsica e Tunisia.

 

 

 

                                                      

La lingua non ha etimologie indoeuropee; si riesce a leggere  e  ad interpretare quando si tratta di iscrizioni brevi di dono o di carattere funerario in cui compaiono soprattutto  nomi propri individuali (prenome) e di famiglia (gentilizio). Purtroppo la difficoltà della  completa conoscenza della struttura linguistica  crea problemi di interpretazione quando si tratta di testi lunghi come il Liber  linteus, la Tegola di Capua, il cippo di Perugia,il piombo di Magliano e la tabula cortonensis,di cui per ora  si riesce a comprendere il senso generale del testo senza però arrivare ad una vera e propria traduzione.E’ comunque dalle iscrizioni funerarie che si ricavano  i termini di parentela, i nomi di magistrature, l’età del defunto a volte espressa in cifre ed in lettere, i verba faciendi, mentre dalle iscrizioni di dono e di offerta  i verba donandi  come mulu muluvanice         ( donare) e turce (dedicare), nonché zichu  zichuche che significa scrivere.

 

 Liber Linteus della mummia di Zagabria

 

 

 

  

 

 

Tabula Cortonensis (III – II a.C.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Particolare dell’ iscrizione dedicatoria presente su una statuetta di fanciullo con anatrella da Montecchio oggi a Leida (metà II sec. A. C.)

 

 

Nel 1964  la scoperta delle lamine d’oro di Pyrgi,rinvenute presso l’area sacra  del tempio B,  fece sperare nella risoluzione della conoscenza della lingua etrusca. Purtroppo non si trattava  della “stele di Rosetta” cioè di una vera bilingue. Infatti due lamine presentano iscrizioni etrusche, una breve ed una lunga, la terza è iscritta in caratteri fenici  che non corrisponde ad  una traduzione letterale dell’iscrizione etrusca. Si comprende  però  che si tratta della dedica  di un  simulacro  ad Uni- Astarte  da parte del re di Cerveteri  Thefarie  Velianas.

Nel Museo castiglionese la vetrina dedicata  alla scrittura esibisce reperti ceramici  da Brolio Melmone di cui si ipotizza una produzione locale,quale la ceramica grigia, a vernice nera ed acroma di uso comune. Molti frammenti presentano segni alfabetici e numerali graffiti o incisi. Si tratta di singole lettere con valore di contrassegni di possesso, nonché di formule onomastiche con il solo nome individuale come Ave ed un gentilizio come Vethalu, graffite sul fondo interno ed esterno di ciotole e piattelli.

 

 

Una  significativa iscrizione etrusca di tipo funerario è  esposta  nella Cripta della Chiesa di S.Angelo al Cassero  dove è stata rivenuta durante i lavori di restauro della chiesa. Si tratta di due frammenti pertinenti al  coperchio di una urna cineraria in pietra arenaria  databile al III sec.a.C. Sullo spessore liscio  corre un’iscrizione etrusca incisa con andamento sinistrorso e segni d’interpunzione. Vi si legge il prenome ed il gentilizio di  un personaggio maschile certo  Vel Tetnie ed il nome del padre del defunto Velche.

 

 

 

 

 

   

 

 

LA  PESCA

 

Il Museo Archeologico castiglionese offre  una serie di reperti rinvenuti negli insediamenti posti lungo il fiume Clanis che ben documenta  la pratica della pesca in epoca etrusca e romana. L’esemplificazione di tale attività  ci è fornita essenzialmente dall’abitato  antico rinvenuto in località Brolio Melmone.

 

 

 

 

 

 

 

Il  fiume Clanis, fondamentale via di transito commerciale ed elemento unificatore delle strutture insediative dell’intera valle, ha rappresentato un ambiente di notevole approvvigionamento alimentare per le popolazioni che hanno abitato le zone limitrofe fino alla metà del secolo scorso. Infatti le acque del fiume erano ricche di pesci quali lucci, carpe, persici, anguille;   le sponde  erano frequentate  da numerose specie di uccelli acquatici.

  

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli Etruschi, signori incontrastati dei mari, hanno dimostrato attraverso i loro manufatti di avere una particolare predilezione per le raffigurazioni legate al mondo marino  (delfini, ippocampi, tritoni) ma forse  più per  vero valore decorativo. Si cita per tutti  il vivace e realistico affresco della Tomba della Caccia e della Pesca di Tarquinia da considerarsi  la rappresentazione di un vero repertorio ittico con delfini, polpo, murena ed altri pesci non identificabili. Interessante  è  vedere  il tipo di pesca praticata  dall’imbarcazione  con la lenza e la fiocina.

 

 

  

 

I reperti  soprattutto fittili  ritrovati    nell’agro castiglionese  richiamano invece un altro tipo di pesca eseguita sicuramente  per mezzo di reti: quella a posta fissa.

 

 

La pesca a posta fissa veniva svolta in acque non paludose ma lente, con rete in filo di lino dalle maglie non troppo larghe per pesci di medie dimensioni.

Come propone il pannello, posto all’interno della vetrina dedicata alla pesca, la rete era caratterizzata dall’applicazione, in alto, di pezzetti di sughero o di legno con funzione di galleggianti per rimanere tesa a pelo d’acqua ed, in basso, da anelli fittili di varia calibratura posti a distanza regolare per poter essere mantenuta in posizione verticale.

Le reti da posta venivano probabilmente distese durante il giorno, a semicerchio, soprattutto lungo le rive, spesso tra i canneti. I pescatori costringevano i pesci contro le reti: li spaventavano lanciando pietre in acqua e battendo con bastoni sulle canne, o dalla barca rumoreggiando con i remi.  Esisteva però anche un altro genere di pesca a posta fissa che è quella di uso passivo. In pratica le reti venivano calate durante la notte, legate le une alle altre e raccolte al mattino seguente, ricche di pesci rimasti aggrovigliati durante i movimenti erratici notturni.

Le reti, realizzate in filato di lino ed i galleggianti, essendo in  materiali deperibili, non sono  ovviamente giunti fino a noi dall’antichità. Mentre  consistente è stato il recupero dei pesi da rete di pietra, di piombo ma soprattutto di terracotta.

 

 

 Si tratta di  pesi da rete  di forma discoidale con foro eccentrico e di anelli di misure standardizzate. Essi risultano di argilla poco depurata,  forse realizzati   direttamente in casa dal pescatore e cotti  tra la cenere del focolare piuttosto che nei forni degli artigiani ceramisti. Esistono inoltre pesi sempre ad anello eseguiti in argilla più depurata e cotti in forni ad alta temperatura che si possono ricondurre per peculiarità tecniche ad epoca etrusco-romana. I pesi menzionati sono simili se non identici a quelli presenti negli abitati spondali del vicino lago Trasimeno e del lago di Bolsena.

Anche per la pesca praticata al fiume Clanis  possono essere in parte valide le notizie tramandateci dal poeta Silio Italico (I sec.d.C.) che narra della pesca attuata al Trasimeno con l’uso di reti (filum); ovviamente per il Trasimeno menziona le reti da lancio (iaculum) e quelle a strascico (tragum) sicuramente non usate  in un fiume come il Clanis.

La pesca era senz’altro praticata dagli uomini ma la lavorazione delle reti doveva essere di ambito muliebre. Interessante sarebbe  indagare anche le attività ad essa connesse come la coltivazione di piante erbacee quale  il lino necessario per l’esecuzione delle reti nonché quella culinaria sempre di ambito domestico e femminile.

 

  

Si presentano  a corredo di quanto appena ricordato alcune ricette etrusche di pietanze con pesce di acqua dolce.

Si noti il piatto con decorazioni ittiche per servire il pesce con al centro  una piccola depressione in cui venivano messe le salse.

 

 

BRUSTICO di PESCE PERSICO

Ricetta molto diffusa nelle zone di laghi e fiumi d’Etruria.

Il pesce persico viene direttamente adagiato su un fuoco ottenuto con canne secche. Il pesce ben abbrustolito  all’esterno verrà raschiato, spinato e poi insaporito con olio, aceto e sale.

 

CARPA CON FOGLIE D’ALLORO

Questo pesce risulterà al meglio se cosparso con un miscuglio di aglio,aceto e vino.

La carpa ben insaporita,va avvolta con foglie di alloro e messa al fuoco in un tegame  coperto.

Servirla a fine cottura dopo aver tolto le foglie di alloro e cosparsa di  olio.

 

  

LA FILATURA E LA TESSITURA

 

 

Nell’Odissea, poema  al quale dobbiamo ricorrere  per supporre un’analoga situazione presso le famiglie aristocratiche etrusche dell’Orientalizzante, Penelope si occupa come padrona di casa  di filare e tessere(Odissea XXI, 350-353). Penelope lavora al telaio  come il suo sposo è in grado di costruire il letto.

Per Omero, la pratica della tessitura e le competenze ad essa inerenti rientrano tra le caratteristiche più illustri di una donna di nobili origini.La filatura e la tessitura sono prerogative delle matrone anche nella società principesca dell’Italia antica. Lo stesso Plinio parlando della Roma  dei primi re ricorda Tanaquilla, moglie etrusca di Tarquinio Prisco, intenta a tessere la toga regale  usata da Servio Tullio.

In molte tombe etrusche dell’Orientalizzante sono presenti, come pertinente al corredo funerario femminile, non solo ricche oreficerie ma anche la conocchia ed il fuso in bronzo, ambra e paste vitree.

 

 

 

 

 

 

Museo Civico Archeologico di Bologna (inv. 25676)

Copyright Archivio del Museo Civico Archeologico di Bologna

 

Il tintinnabulo bronzeo dalla necropoli dell’Arsenale Militare di Bologna pertinente al corredo femminile di una tomba del 625-600 a.C.  presenta scene figurate che riproducono le diverse fasi di lavorazione delle fibre tessili, in particolare della lana. Dopo essere satata cardata, cioè pulita e pettinata tramite la pianta del cardo, essa veniva attorcigliata  in fili grezzi e poi filata con il fuso (in legno, osso o bronzo); il filo così ottenuto ,avvolto sui rocchetti, era quindi utilizzato per la tessitura, eseguita per lo più mediante telai verticali, nei quali i fili erano tenuti in tensione, a gruppi, dagli appositi pesi.

 

 

Si possono ripercorrere in modo elementare  le varie fasi  ricordate. Dopo la pulitura della lana,  una piccola quantità veniva messa sulla conocchia (un bacchettino di legno o di metallo) che nella parte superiore poteva essere biforcuta o terminare con una specie di bottone. Tenendo la conocchia con una mano  si passava   la lana, tirandola attorcigliata, al fuso. Questi lasciato libero si faceva girare in modo uniforme grazie all’applicazione in fondo di un contrappeso in terracotta, la fuseruola. Queste operazioni corrispondono alla filatura.

 

 

Per tessere è necessario un telaio. Una struttura  molto semplice in legno: due bastoni verticali ed un terzo in alto orizzontale (A). Da quest’ultimo pendevano fasci di fili che formavano l’ordito e che rimanevano tesi grazie a dei pesi  soprattutto in terracotta: i pesi da telaio.

 

La forma più comune dei pesi da telaio è quella tronco-piramidale, ma è documentata anche quella a disco lenticolare (B). Alcuni pesi recano dei segni o delle lettere impresse sulla base minore, per essere visibile dall’alto durante la tessitura. Tali segni indicavano l’ordine secondo il quale dovevano essere messi in opera, precauzione utile nel caso di tessuti colorati sul tipo dei plaids. Esemplari di questo genere sono stati rinvenuti nell’area sacra del tempio etrusco  al Cassero, in questo caso da interpretarsi sia come strumenti di lavoro delle vergini tessitrici dei panni usati nel  santuario, sia come dono votivo di ambito femminile.

 

 

Continuando nell’analisi dell’attività tessile, era poi necessario prendere due canne più larghe del telaio (C) e legarle alternativamente ai fili dell’ordito. Le canne andavano  poi tirate in maniera da far passare un bastoncino, la spola (D), munita di filo tanto da creare la trama. Perché la trama sia ben intrecciata, dopo ogni passaggio, dovrà essere usato un pettine. Il tessuto sarà così terminato.

Per cucire i pezzi di tessuto si useranno aghi in metallo od osso ed il filo avvolto in rocchetti di terracotta.

 

 

 

 

 

 

 

A Castiglion Fiorentino  e nel suo agro sono testimoniati  numerosi ritrovamenti che riconducono a quanto sopra menzionato. Fuseruole, rocchetti, pesi da telaio  indicano concretamente l’attività domestica femminile svolta in numerosi insediamenti antichi quali Collesecco, Brolio via del Porto, Brolio Melmone, Brolio I Ricciotti e l’area del tempio del Cassero e documentano  non solo la filatura e la tessitura, ma, indirettamente,  la coltivazione di piante erbacee per fibre tessili e l’allevamento ovino per la produzione della lana.